Rimozione delle protesi al seno

Rimozione delle protesi al seno

Rimozione delle protesi al seno

Sono molti i motivi che possono indurre alla rimozione delle protesi al seno. Il fattore che più frequentemente conduce a questa conclusione è l’incorrere di una contrattura capsulare, un fenomeno che comporta l’indurimento della mammella a causa della formazione di un rivestimento di tessuti intorno alla protesi.

Inoltre, anche se molto più raramente, la rimozione della protesi o la sua sostituzione può essere richiesta dalla rottura della protesi medesima o quando la stessa non assicura più l’adeguato risultato estetico, perché, ad esempio, si è sgonfiata o deformata.

Per affrondire le tematiche legate all’intervento al seno leggi anche: Rifarsi il seno, vantaggi e svantaggi

Essendo molteplici le ipotesi che possono richiedere la rimozione protesi seno o la sostituzione delle protesi mammarie, vediamo più in dettaglio come e quando procedere ad entrambi gli interventi e quali sono le caratteristiche di tali operazioni.

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Rimozione protesi mammarie

La rimozione delle protesi al seno rientra più in generale nel campo della mastoplastica correttiva: si tratta di una categoria di operazioni estetiche volte ad integrare o correggere gli effetti di un precedente intervento che non ha condotto ai risultati sperati o che è stato reso necessario dal sopravvenire di complicanze di tipo fisico.

In generale, sono molte le situazioni che possono rendere necessario un intervento correttivo di questo tipo. Tra le cause principali della rimozione protesi al seno di gran lunga la più frequente è rappresentata dalla contrattura capsulare: questo disturbo si verifica sotto forma di una reazione di rigetto all’innesto delle protesi inserite in costanza di una mastoplastica additiva.

In pratica, in alcune pazienti può verificarsi che intorno alle protesi si formi una capsula di tessuto, che l’organismo costruisce automaticamente intorno all’impianto, riconosciuto come corpo estraneo. Tale capsula periprotesica è, in generale, una condizione normale, ma talvolta la stessa può inspessirsi e indurirsi, dando luogo al fenomeno della contrattura. In questa ipotesi, è possibile non solo avere ripercussioni dolorose dovute alla contrattura, ma anche una deformazione delle mammelle, dal momento che la capsula tende a spostare in alto le protesi, rendendole visibili e palpabili.

Sebbene tale tipologia di complicazione conseguente ad un intervento al seno sia oggi divenuta molto meno frequente, grazie soprattutto all’impiego di protesi di nuova generazione e di maggior qualità e al fatto che si proceda ad inserimento retro-muscolare (cioè inserendo la protesi dietro al muscolo o mediante tecnica dual-plane), è ben possibile che il fenomeno si verifichi, rendendo necessario procedere all’asportazione della protesi e del tessuto formatosi intorno alla stessa.

Tra le altre ipotesi che possono rendere necessaria la rimozione delle protesi al seno vi può essere la necessità di intervenire in seguito ad un’operazione non riuscita o che abbia causato cicatrici particolarmente evidenti.

Inoltre, può essere necessario modificare nel corso del tempo l’alloggiamento dell’impianto: infatti, se questo è posizionato dietro la ghiandola (e quindi davanti al muscolo), la magrezza della paziente può rendere molto visibile la protesi, rendendo necessario procedere a modificare la tecnica di inserimento previa rimozione della protesi mammaria.

Come dicevamo, in queste e altre ipotesi l’intervento di rimozione può assumere diverse sfaccettature. Quando si rende necessaria la rimozione della protesi (cd. capsulectomia) si asporta il vecchio impianto e, secondo le indicazioni della paziente, si procede alla sua sostituzione. In altre ipotesi, invece, si procede all’incisione (cd. capsulotomia) della capsula formatasi intorno alla protesi, frequentemente insieme ad una mastopessi.

Questa tipologia di interventi di chirurgia estetica correttiva sono generalmente più complicati di quelli base (volti, cioè, all’installazione ex novo di una protesi), dal momento che al chirurgo viene richiesto di intervenire su tessuti già operati, che presentano cicatrici anche interne non facilmente individuabili in fase di analisi pre-operatoria.

Questo spiega il motivo per cui prima di tali interventi si procede all’effettuazione di ecografie, risonanze magnetiche e altri esami specifici che permettono di pianificare alle migliori condizioni l’intervento di rimozione. Tuttavia, salvi questi profili, se la mastoplastica correttiva è affidata ad un chirurgo esperto, l’operazione resta altamente sicura sotto tutti i profili.


Sostituzione protesi seno

Una delle ipotesi di chirurgia correttiva più frequente è legata non tanto alla semplice rimozione delle protesi, quanto piuttosto alla loro sostituzione.

Normalmente, infatti, gli impianti (al netto delle più moderne tecnologie che hanno permesso grandi avanzamenti sul campo della qualità e della sicurezza degli stessi) sono soggetti ad usura e rottura, elementi che determinano la necessità di procedere alla loro sostituzione. Inoltre, anche l’invecchiamento dei tessuti o profonde modificazioni nell’aspetto fisico (dovute a gravidanze, improvvisi dimagrimenti, e così via) possono incidere sulla corretta posizione della protesi, rendendo necessario un nuovo intervento.

Statisticamente, le ragioni alla base di una richiesta di sostituzione di protesi mammarie è determinata principalmente dalla necessità di rimpiazzare gli impianti di vecchia generazione o per rimuovere possibili inestetismi dovuti al deteriorarsi delle condizioni del precedente impianto, come la formazione di asimmetrie o la riduzione di dimensioni della protesi.

Per quanto concerne il primo profilo, va detto che la sostituzione delle protesi al seno è un intervento normale dopo circa 12-15 anni dal primo inserimento, anche se i tempi possono notevolmente variare in base alla tipologia di protesi, alla tecnica di installazione e alla perizia del chirurgo che ha proceduto all’operazione. Inoltre, le protesi possono rompersi durante la loro vita, in presenza di disparati fattori: la rotture delle protesi può essere a sua volta traumatica o addirittura asintomatica, ciò che ne rende l’individuazione particolarmente difficile.

Va precisato, tuttavia, che la rottura dell’impianto non determina, nelle protesi di nuova generazione, perdite di silicone, dal momento che la consistenza gelatinosa e la formazione della capsula periprotesica inibiscono normalmente quella che si definisce parenchima mammaria. Se, invece, questa dovesse incorrere, allora la sostituzione della protesi diventa urgente e bisogna procedervi non appena si presentino i relativi sintomi, come una diminuzione nel volume o una malformazione del seno.

Ne consegue che, nella maggior parte dei casi, la rottura della protesi richiede accertamenti specifici, ciò che rende opportuno che le pazienti si sottopongano periodicamente a controlli ecografici per valutare le condizioni dell’impianto ed, eventualmente, a risonanza magnetica nucleare.

In particolare, la richiesta di aumento può comportare la necessità di scegliere protesi di forma e dimensioni diverse rispetto a quelle già presenti, mentre se la richiesta è volta alla diminuzione del volume sarà necessario valutare se lo stato del tono muscolare e cutaneo è compatibile con la mera sostituzione dell’impianto con conseguente riduzione della tasca di alloggiamento o se, invece, è richiesto un rimodellamento del seno per soddisfare le nuove e più ridotte dimensioni della protesi.

Leggi anche: Quali sono i tipi di protesi al seno


Come funziona l’intervento di chirurgia correttiva?

La rimozione o sostituzione della protesi, in tutti i casi in cui si renda necessaria, comporta necessariamente la rimozione del precedente impianto con conseguente asportazione della capsula periprotesica. Inoltre, se l’invecchiamento o la gravità hanno comportato un abbassamento della ghiandola mammaria, può essere necessario procedere ad una mastopessi, con conseguente rimodellamento della ghiandola residua (anche al costo di ottenere delle minori dimensioni finali).

A questo punto, sono le condizioni fisiche a determinare l’esito: se il semplice rimodellamento permette di ottenere risultati comunque apprezzabili non si procede alla sostituzione. Viceversa, per ripristinare la situazione precedente alla rimozione della protesi sarà necessario impiantarne una nuova.

Negli ultimi anni, inoltre, si è diffusa la tecnica del lipofilling, che permette di reintegrare il volume perso con la rimozione della protesi mediante grasso auto-impiantato.

In ogni caso, la prassi relativa all’intervento richiede sempre una visita pre-operatoria, volta alla valutazione della situazione locale e all’esame approfondito delle condizioni che riguardano sia il precedente intervento che la determinazione dello stato attuale. Ciò è particolarmente importante nel caso di rottura della protesi, dal momento che gli esami specifici permettono di evidenziare possibili contratture capsulari, dislocazioni dell’impianto, ptosi areolare, e così via.

Al pari di quanto avviene per l’intervento di prima applicazione, inoltre, è molto importante che il chirurgo vagli, in questo primo contatto, le motivazioni alla base della scelta di sostituzione o rimozione protesi della paziente, così da approntare le tecniche più adeguate allo scopo. Infatti, in alcuni casi può bastare la rimozione della protesi mediante incisione della capsula con conseguente inserimento della nuova, mentre in altri può essere necessario rimodellare il seno o riposizionare l’impianto in una differente collocazione.

Una volta valutata la strada da percorrere, l’intervento di rimozione o sostituzione della protesi al seno riprende in buona parte le caratteristiche dell’operazione di mastoplastica additiva. Si procede mediante anestesia locale e anche sotto forma di day hospital, senza necessità di degenza notturna.

Tuttavia, quando sono presenti condizioni di danneggiamenti della protesi o della capsula ed è necessario procedere ad un nuovo piano di inserimento degli impianti può essere necessario ricorrere ad anestesia generale e opportuno ricovero presso un’apposita struttura. Inoltre, dopo l’operazione può essere necessario anche applicare drenaggi con durata superiore alle 24 ore.

Viceversa, dal punto di vista del trattamento post-operatorio e delle possibili complicazioni, queste sono in tutto assimilabili a quelle tradizionali della mastoplastica additiva: infatti, è consigliato procedere ad un regime di riposo e di astensione totale dagli sforzi e dall’attività sportiva per un periodo che va dai 7 ai 15 giorni, oltre ad introdurre specifiche precauzioni, come quella di evitare movimenti bruschi, indossare un apposito reggi-seno che permette alle nuove protesi di collocarsi al posto giusto, e così via.


Sostituzione protesi seno, quanto costa

Uno degli aspetti da valutare quando si procede alla rimozione protesi o alla loro sostituzione attiene ai prezzi richiesti dalle varie strutture mediche per procedere all’intervento.

In proposito, è bene precisare che anche nelle ipotesi che stiamo descrivendo è fondamentale non lasciarsi attirare da prestazioni eccessivamente economiche, dal momento che si corre il rischio di affidarsi a strutture o personale non propriamente qualificato per la tipologia di intervento, anche in considerazione della complessità generalmente più elevata correlata alla chirurgia correttiva.

In generale, le tariffe medie richieste per gli interventi di rimozione/sostituzione protesi al seno si aggirano sui 4.500 euro: si tratta di un prezzo minore rispetto a quello della mastoplastica additiva, che viene influenzato anche dal fatto che molte volte questo intervento è già compreso o scontato in seguito alla prima operazione, se lo si esegue presso la medesima struttura del primo impianto.

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Chiaramente, questo prezzo indicativo può subire oscillazioni al rialzo quando le modalità dell’intervento, la scelta delle nuove protesi o la necessità di operare in certe condizioni comportino un aumento della difficoltà o delle spese dell’operazione.

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